Quando sono stata molestata

marzo 12, 2020


Una volta una donna, la moglie cattolica di un amico dei miei, mi ha guardata di traverso perché stavo uscendo tutta in ghingheri per incontrare i miei amici il sabato sera. Lei era seduta al tavolo da pranzo nel salotto dei miei genitori. Mi ricordo come fosse ieri il suo sguardo bruciante che si spostava dai miei stivaletti col tacco, alle mie calze velate, su per il tubino nero aderente e poi, quasi scioccato, sul posarsi sul mio rossetto rosso.
Diva di Mac, 20 euro di tinta labbra matt. 
Questa donna mi ha detto che non avevo bisogno di truccarmi, che sarei piaciuta anche senza tutto quel trucco in faccia. Poi ha guardato mio padre, convinta che lui avrebbe manifestato qualche reazione.

Mi è capitato davvero pochissime volte di vedere mio padre imbarazzato, davvero si possono contare sulle dita di una mano. Questa è stata una di quelle volte. Era combattuto, perché mai nella sua vita ha mai avuto voce in capitolo su cosa io dovessi o non dovessi indossare. Al massimo qualche consiglio, come "Per il compleanno di nonna metti qualcosa di carino che andiamo in un ristorante chic!". Mai, mai, mai si è permesso di dire come mi dovessi vestire per piacere o non piacere agli altri. Poi lì, sotto lo sguardo inquisitore di quella donna, non voleva far credere di non essere il maschio alfa della famiglia, di non essere quello che controlla i centimetri della gonna della figlia. 
"Ludo è carina con o senza trucco" è intervenuta mia madre "meno che mai si trucca per far piacere ai suoi amici"
Grazie, mamma, di avermi capita e difesa.


Discoteca, ottobre 2012  (quindici anni)

Ballo e rido. Ci sono corpi che si fondono. C'è puzza di sudore e fumo di sigaretta. Ballo e rido insieme alle mie amiche. E' sabato sera e l'interrogazione sulla terza declinazione di latino sembra lontanissima.  Poi eccolo, dura un secondo, non fa in tempo ad accadere che è già passato. Ma mi sento intrappolata in questo terrificante attimo per almeno un anno intero.
Una mano mi afferra il sedere. Lo prende in mano come se fosse suo, come se fosse lì a muoversi per lui, come se non fosse mio. Mi volto ma non c'è nessuno con la faccia colpevole. E' buio e le facce si fondono l'una alla altra in una maschera orribile. Scuoto la testa e le spalle, ma non ballo più. Cerco di scrollarmi il disagio via, lontano.


Stazione dei treni, luglio 2012 (quindici anni)

Indosso un vestito estivo e aspetto trepidante che il treno con mia cugina arrivi, non vedo l'ora di passare l'estate con lei. Fa caldissimo. Il treno arriva, vedo mia cugina che scende insieme ad una scolaresca, mi avvicino. Ci salutiamo e ci abbracciamo sui binari. Lei si gira per prendere il manico della sua valigia e non vede, non si accorge. Uno dei ragazzi della scolaresca fa per sorpassarmi ma non prima di mettermi la mano sotto la gonna del vestite, mi strizza una chiappa. Non ho il tempo di voltarmi che è già lontano, insieme ai suoi amici. Si gira, mi fa l'occhiolino, dopo scompare inghiottito dalle scale mobili. 

Autobus, febbraio 2013 (sedici anni)

Siamo sardine sull'80 express: sardine. Ho le cuffie alle orecchie e cerco di respirare nel collo della North Face, cerco di essere con la mente già a casa, in tuta e con la pancia piena. Ho sempre una fame allucinante all'uscita di scuola. La persona dietro di me si schiaccia alla mia schiena e mi viene il dubbio che mi voglia rubare l'iPod da dentro la tasca. Infilo una mano in tasca e lo stringo forte. Me lo ha regalato mio padre tre anni fa: è il mio tesoro. Non lo avrai mai, brutto stronzo. La canzone finisce e tiro in tasca l'iPad per cambiare canzone. Abbasso lo sguardo per scegliere la playlist. Lo sguardo mi saette sulla coscia. C'è un pene poggiato sulla mia coscia: un viscido schifoso pene. Urlo, fortissimo. Non ho mai urlato così forte in vita mia.
La folla nell'autobus mi inghiotte lontano dall'uomo. Lo vedo: è pelato e ha gli occhiali da sole. Non me lo dimenticherò mai. Le persone si mettono a strallargli contro, un signore mi incastra tra il finestrino e un sedile. Stai bene?, mi chiede. Annuisco, ma non sto bene. Non sto bene neanche un po'.
L'autobus si ferma e il pene viscido scende seguito dagli insulti dei passeggeri. Una ragazza della mia età mi guarda: io l'avevo visto che te lo stava appoggiando da un po' ma non sapevo come dirtelo.
Non ho mai odiato nessuno al mondo come quella ragazzina.


Autobus, aprile 2014 (diciassette anni)

Sono sull'autobus accanto alla porta di mezzo, l'autobus è semivuoto e ci sono posti liberi ma io preferisco stare in piedi. E' primavera e c'è il sole. Indosso dei jeans e una maglietta che, quando mi aggrappo alle prese sul soffitto del bus, mi si solleva un poco e lascia scoperta la mia pancia piatta, giovane, soda. Sale una coppia di turisti (un uomo e una donna) con un valigione enorme, sono francesi. Li aiuto a sollevare la valigia e mi sposto quando la donna mi sorride riconoscente e va a sedersi ad un metro da me.
Scambio due parole con l'uomo francese (siete in vacanza, da dove venite, io sono di qui). L'autobus frena all'improvviso e l'uomo mi case addosso. Non c'è problema, gli dico. Lui si scusa di nuovo, non si preoccupi, capita, lo rassicuro, anche io ho perso l'equilibrio.
L'autobus frena di nuovo, questa volta dolcemente. Nessuno perde l'equilibrio. Eccetto l'uomo francese, che mi si butta a dosso e infila una mano sotto la mia maglietta.

Casa, novembre 2017 (ventun anni)

Il mio ragazzo guarda lo schermo del suo cellulare e ride. Che c'è da ridere?, gli domando. Mi passa il suo telefono: è accesso sulla chat di Whatsapp dei suoi amici.
Amico X ha mandato la foto di una ragazza, poi sotto ha aggiunto: per ora mi sto scopando questo 6-, è il mio attuale sacchetto per la sborra.
Restituisco il telefono al mio ragazzo senza guardarlo neanche in faccia. Come gli è venuto in mente di ridere? Ho il vomito, ma non mi va di fare polemica.

Music bar, gennaio 2020 (ventitré anni)

Sono con un mio grande amico ad ascoltare dei nostri amici che suonano in un locale molto ypster, sottoterra, scavato nella roccia, uno di quei classici posti in cui non c'è mai troppa folla ma dopo le due di notte tutti hanno bevuto almeno un litro di birra a testa. Il mio amico è più brillo di me, siamo in piedi in seconda fila a battere il tempo con i piedi ed ondeggiare. Io sono molto più stanca che ubriaca, perché non amo molto la birra e ho avuto esami fino al giorno prima. Il mio amico, così, senza preavviso, senza un motivo, mi schiaffeggia il sedere.
Non vedo il mio amico da gennaio. Forse sono esagerata, ma non c'è stata goliardia nel suo gesto, non mi è parso proprio, e mi ha fatto sentire a disagio. Mi ha fatto sentire come quando a quindici anni mi toccavano il culo in discoteca, come se fosse un loro diritto.



Il culo me lo faccio toccare da chi dico io. Le tette e la pancia pure. Il pene me lo appoggia solo chi ha avuto il permesso. Io non sono il sacchetto della sborra di nessuno.


L'Otto Marzo non è una festa: è un giorno per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche per la parità di genere ed è anche un giorno per riflettere su quanta strada ancora c'è da fare per l'equità. 



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3 commenti

  1. Purtroppo credo che queste esperienze siano comuni a quasi tutte le ragazze (soprattutto se vivi in città e devi prendere i mezzi)... è una cosa orribile e del tutto assurda che gli uomini e i ragazzi si sentano autorizzati ad abusare con tanta leggerezza dei corpi delle donne, quando il contrario praticamente non esiste!
    Secondo me l'unica soluzione sarebbe imparare a difendersi da sole ed a fare gruppo con le altre ragazze, altrimenti non c'è via d'uscita.
    Io ancora mi ricordo quando, avrò avuto 25 anni, ero con la mia migliore amica nel parcheggio di una discoteca per lasciare in macchina la borsa e portarne una sola, uno che stava con un gruppetto lì vicino prende e mi "abbraccia da dietro": la mia amica è rimasta pietrificata, io però per la prima volta, forse anche grazie la fatto che ero fresca delle regionali di kung fu, ho reagito: gli ho dato una gomitata sul collo e una ginocchiata nei genitali, poi siamo salite di corsa in macchina e siamo andate via con quello che non sembrava nemmeno riuscire a respirare e tutti i suoi amici che urlavano.... Ti dico che trmamvamo, ci siamo dovute fermare dopo pochi km perchè non ce la facevo a guidare e siamo scoppiate a piangere. Sinceramente spero di avergli fatto qualche danno serio a quello st***o. Non lo abbiamo nemmeno detto a nessumo, però da allora si è come rotto qualcosa ed ho sempre reagito ad ogni genere di molestia, anche il fischio al parco quando corro. magari non servirà magari sì ma non sono più disposta a farla passare liscia a nessuno!
    Baci!
    S
    https://s-fashion-avenue.blogspot.com

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    1. Sono comuni a tutte, lo so. Eppure ho sentito l'esigenza di scriverle perché, seppure siano comuni non sono giuste, né accettabili.
      Grazie di aver condiviso la tua storia qui. Credo che parlarne, renderle pubbliche denunciarle anche solo in un post su un blog anonimo o in un commento, possa contribuire a renderle meno 'normali'.

      Brava che hai reagito.

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  2. Ciao Ludo. Una volta hai detto che ti piaceva un sacco il mio blog, ma quando leggo le tue parole mi rendo conto di quanto sia velleitario il mio contenuto rispetto alla verità del tuo. la fotografia non è mai la verità, è la menzogna del suo autore (cit.) ed io provo a mettere in immagine il mio dialogo interiore, tu invece senza giri di parole arrivi dritto al dunque. grazie per la tua storia.

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